Franceschiello se ne va

«Un piccolo assalto, compiuto da due sole compagnie, non costituisce azione» ha detto sta­mane il maggiore, nell’ispezionare la linea. Ed ha raccomandato sorveglianza e lavoro!

Le compagnie sono tutte in linea ed attive. Cessato il tiro delle bombarde, l’orecchio af­ferra ancora canti e trilli di uccelli. E l’occhio, se cerca lontano, tra le case e la chiesa di Ca­stagnevizza, vede quasi le campane riattivarsi e dindonare.

Ma la nostra artiglieria continua a battere le retrovie e la trincea nemica. L’azione potrebbe dunque ricominciare tra breve. La nebbia, che all’alba faceva groviglio sulle nostre teste, è scomparsa. Vediamo chiaramente gli scoppi delle granate sul terreno nemico.

Verrebbe la tentazione di gettarsi a terra per un sonno di qualche ora, se non ci fosse la po­sta da leggere. Me ne ricordo un poco tardi, ma dall’alba non ho avuto un istante per ri­flettere. Rammento di aver fumato due o tre pacchetti di sigarette. Oh, la compagna fida e indivisibile! Tormenti, ansie, incertezze, tutto la sigaretta allontana con il suo profumo sottile! Pare che ti conduca dentro, non una piccola onda di fumo, ma qualche atomo della tua ener­gia stessa che, non sai da quali indivisibili pori del tuo essere, sia, in altri momenti, sfuggito, e lo tenga ora fermo tra le cellule, ad aiuto della volontà.

I miei soldati osservano queste lettere che io ho ricevute, con uno sguardo di inesprimibile invidia. Essi riceveranno la loro paginetta scom­biccherata e pur così affettuosa, verso il mezzogiorno, se il furiere farà il suo dovere. Ma quel­l’ora è ancora tanto lontana!

Parole, scritte in una stanza gaia di luce, te­pida di sorrisi. Sembra quasi di udire il giuoco del pennino sulla carta, intravedere i mobili, su cui il sole ricama segni grotteschi, sentire lo schiocco del bacio che la mia sposa affida al piccolo foglio azzurrino!

Un bacio è per me! C’è dunque chi pensa alle nostre ore laboriose e dolorose e le soffre con noi?

Una stanza, alcuni mobili, luoghi fermi e se­reni. Il mondo, non è tutto qui. Esiste qualche cosa che non sia trincea, oasi dove non giunga scoppio di granata e ronzio di pallottola.

Sia ringraziato Iddio!

Oggi la vuol essere giornata di sole; ma la trincea è tanto fangosa! Quanti raggi dovranno sciogliersi su questo Carso pietroso per assor­bire gli innumerevoli rivoli gialli!

Un cardellino si gingilla, con il volo e con la voce, su un querciolo intatto. Devono essergli famigliari gli scoppi, perché cinguetta, anche quando il sibilo degli shrapnels gli frusta l’aria, vicino. Pare non si accorga che il mondo si di­lania. Ma non è solo. O, quelle allodole, che fanno all’amore e, con tanta libertà, passano da noi al nemico, slabando con civetteria, sen­tono forse che noi odiamo e moriamo? La na­tura non avverte affatto le nostre lotte atroci. Peggio: sembra quasi ne goda. Che arder di stelle nella notte: e che folto di verde sul Veliti, a Costanievica e più oltre! Anche le pietre del Carso, quel sobbalzar sotto le granate, come le accalda! Si venano di certe chiazze brunastre che le fanno sembrare quasi più giovani. Il mu­tare faccia e colore, dopo tanti anni di immo­bilità, deve certo offrir loro una gioia!

Anche questa terra rossa, che si sente fendere, tutti i giorni, dal badile e dal proiettile, come si affaccia, per la prima volta, al sole, vomita nuvole di vermi, e dà in scoppiettii che sem­brano di vita!

I «gattoni» lavorano a rafforzarsi. Le nostre vedette li spaventano, mettendoli in fuga pei camminamenti. Ma qualcuno deve spingerli di nuovo al pericolo, perché riappaiono, sebbene più cauti. Questa guerra mi ricorda certi ro­manzi di avventure, letti nella prima giovinezza, con storie di indiani cercanti carponi il nemico. Guerra d’insidia.

Primiceri, in questa caccia, è maestro. Con la sua corporatura massiccia, s’incastra nello stretto ricovero, davanti alla feritoia, e spara. È capace di stare ore ed ore sul chi va là. Lo chiamano la «vedetta volontaria», il «palo di gesso», «l’ammazzasette». Ma egli, a quegli epiteti, o non risponde o, voltato il suo faccione giallo di malarico, sbocca una pernacchia.

Quando ha fatto qualche vittima, abbandona il fucile in bilico sulla feritoia e si sputa sulle mani: – Ora posso fare una pipata – dice, ridendo.

È socialista e non crede né alla guerra, né al governo.

Ma confessa d’altronde che giacché lo hanno voluto quassù, egli non intende perdere il suo tempo. «Sarà tutta pratica fatta nel maneggio dell’arme, per quando ci sarà la rivoluzione. Ogni colpo di schioppo dovrà anche allora, perdio!, essere un uomo».

Siamo a cinquanta metri dalla trincea avver­saria. Mi diverto a considerare, zolla per zolla, pietra per pietra, lo spazio che ci separa dagli austriaci. Il giorno in cui andremo all’assalto, qualcuno di quei sassi o di quelle zolle potrà essere l’ultimo nostro cuscino. Ora c’è calma, nello spazio neutro. Ma quando sboccheremo ur­lanti, che sferzate nell’aria le mitragliatrici!

Ogni tanto, qualche nostra granata s’abbatte, senza scoppiare, nel tratto verde che separa la trincea nostra dell’austriaca.

Noi ne sentiamo così prossimo il sibilo che, per istinto, abbassiamo tutti la testa.

Ma la vedetta, con voce forte, annuncia: – Colpo neutrale!

Grisolli commenta: – Come la Svizzera!

E tutti ridono, anche quelli che non ne hanno voglia, o che non capiscono l’allusione.

I reticolati sono quasi intatti, se togli qualche piccolo varco. Pare che la nostra compagnia scudata dovrà far saltare coi tubi di gelatina, un quarto d’ora prima dell’assalto, le ultime difese nemiche.

Quattro giorni trascorrono, ma non è ancora giunto l’ordine di operazione. Grande attività dell’artiglieria; ma le fanterie, per ora, non deb­bono muoversi. Completeremo il turno in se­conda linea. Ma questo spostamento non ci ral­legra. Poiché, muovendo all’assalto, dalla trin­cea che occupiamo ora, questi cinquanta metri che ci dividono dal nemico sono facilmente su­perabili, mentre dalla seconda linea dovremo compiere l’attacco di fianco, per collegare il mo­vimento frontale della nostra brigata a quello della brigata Sesia, che punta su Nova Vas. Circa quattrocento metri di cammino, col peri­colo di essere battuti ai fianchi e frontalmente.

Inganniamo il tempo, leggendo il giornale o chiacchierando. Il mio amico Linati mi ha man­dato da Milano l’ultima Voce di Prezzolini.

Come sembrano lontani i tempi, in cui si fa­ceva della letteratura o si discutevano i valori morali! Anche queste liriche che leggo mi la­sciano freddo, incommosso. C’è qualche accento di vera umanità in una poesia di Papini, non so più come intitolata, ma nelle prose di Linati, che pure mi sembravano così cariche di sensi­bilità, vedo troppo il giuoco di un’abile mano, che mi pare, più che giovare, nuoccia alla lim­pidezza dell’ispirazione.

No. Preferisco le ciancie del mio soldato Spano. Il quale racconta ai suoi compagni di ricovero di certa vasca, detta di Santa Fettia, che, una volta all’anno, manda fuori uno spruzzo enorme di acqua ardente. Questa vasca chia­mata, non so perché, Uria, sarebbe in pro­vincia di Catania.

– Tutti gli animali – continua Spano – all’epoca della liquida eruzione, escono dalle stalle e dai boschi, per correre alla fontana. Ivi giunti, s’inginocchiano e si precipitano dentro.

Una volta all’anno, il prete del luogo va a benedire questa straordinaria fontana, della quale i contadini hanno un sacro terrore.

Il sardo Piccheri – il soldato più silenzioso del mio plotone – racconta che, dietro il suo paese, a un tiro di fucile, c’è una grotta, dalla quale, nei giorni di sabato, esce un odore gra­devolissimo di pane appena sfornato. Egli è an­dato di persona a sincerarsene entrando nella grotta, che è fatta proprio come una bocca di forno. I suoi paesani dicono che lì dentro di­mora una fata. Ma egli non l’ha vista. Ha tro­vato due camere scavate nella roccia e tante buche fonde nere nere. Ha veramente sentito un odore di pane fresco. Un pianto lungo lungo, e assai prossimo, di cuculo, ha fermato sulle labbra di Piccheri il rac­conto. Tutti gli ascoltatori impallidiscono:

– Brutto segno! – ha detto Rechiche.

– L’azione è vicina – ha confermato Spano.

Ma io, schioccata una risata, ho detto: – Basta con le ciancie, ragazzi. Diamo piut­tosto una pulita qui intorno, prima che salga il capitano. Se no, ci sarà, per me e per voi, una solennissima «pipa».

La 5a compagnia ha avuto l’ordine di schie­rarsi e rafforzarsi sulla strada Oppacchiasella- Costanievica. Il mio plotone deve proprio con­giungersi con l’ala sinistra della brigata Sesia. Gli zappatori acconciano alla meglio un cam­minamento che mi permetta di scendere, non visto, nella trincea dell’altra brigata, che è si­tuata oltre la strada, su un piccolo declivio. Se in prima linea non ho dormito, qui dovrò stare anche più sveglio. La fronte nostra s’interrompe al di là della strada di Oppacchiasella, lo dovrò sorvegliare giorno e notte quel camminamento, ad evitare sorprese ed insidie. Mando ogni sera una squadra, con un graduato, a vegliare. E di­stribuisco le mie vedette migliori, lungo la trincea.

Di giorno, è impossibile un solo movimento: abbiamo Nova Vas di fianco e saremmo presi d’infilata dalle mitragliatrici. Ma di notte si può lavorare, perché lo spazio che ci separa dal nemico è così grande che i razzi non giungono a illuminare il nostro tratto di trincea. Il giorno, in cui dovremo sboccare da quel camminamento per attaccare la trincea nemica, gli austriaci avranno tempo di prenderci di mira ad uno ad uno.

Il fante percepisce già i sintomi della pros­sima battaglia. Port’ordini del reggimento e della brigata che salgono ad informarsi, ufficiali dei bombardieri che vengono a fare i calcoli delle distanze e a precisare i tratti di linea, dove le difese nemiche sono ancora intatte, ufficiali della divisione e della brigata che prendono cogni­zione di tutti gli sbocchi offensivi e dei colle­gamenti.

Ho sparso, lungo i camminamenti, due o tre posti di corrispondenza. Anche questo è un imboscamento. Spano, che non è un leone, mi sup­plica di mandarlo. Lo accontento, dandogli a compagno Carlingia. Durante il combattimento, io ho bisogno di avere con me elementi sicuri e temo forte che Spano mi si sperda a mezza via, nella prima caverna che incontreremo.

Le bombarde non accelerano ancora il tiro; ma tormentano di continuo il nemico, che ri­sponde, tastando il terreno su tutti i punti, con quella testardaggine che gli conosciamo, e che non sempre è infeconda.

Franceschiello ha voluto lavorare di badile, per completare il fosso della trincea in pieno giorno. Gli ho gridato due o tre volte: – Hai paura di non fare a tempo? Smetti, smetti!

Anche il suo caposquadra Scalerà lo ha am­monito: – Hai la muffa sulla ghirba? Se ti ve­dono, va male per te e va male per noi, ani­male!

Abbiamo costruito delle quinte, per nascon­derci a quelli del fortino triangolare di Nova Vas; ma Franceschiello s’è mostrato tra quinta e quinta. Gli austriaci non vogliono vederci at­tivi. Se ci contentiamo di camminare, non ci disturbano, ma se vedono un badile che si muove, ci scaricano addosso fucilate e shrapnels.

Questa volta è stata una bomba. Il sergente Armignacco mi raccontava non so più quale fac­cenda del suo paese di Puglia, quando, alzando gli occhi, ha visto la bomba che discendeva a piombo su noi. Ha gridato: – Maria del Carmine, aiutami!

E ha messo la testa sotto il mio riparo. Quasi subito è avvenuto lo scoppio. Se fosse stata una bombarda da 240, non un uomo del plotone si sarebbe salvato!

Era uno dei soliti barilotti a bottiglia, che scop­piano a miccia. È caduta tra il mio riparo e quello di Franceschiello, il quale, non so se per il grido del sergente o perché abbia vista egli stesso la bomba, ha fatto a tempo a nascondersi. Ma i sacchetti offrono una modesta difesa. È stato fe­rito all’occhio, seriamente. Il suo compagno di ricovero se l’è cavata con un piccolo squarcio al braccio destro: ma piagnucola come una donna: – Mamma mia! Mamma mia!

È, un calabrese piccolo, esile, che parlava sem­pre della pace.

Anche ora, mentre il portaferiti Canapiglia lo medica ed io gli faccio cuore, se ne ricorda: – Ah, signor tenente – frigna – facimm a pace, che a guerra nun la sapimm propriu fa!

– Pezzo di fesso! – gli urla Scalerà. – E non vai dunque a far la pace, con cotesto braccio diroccato? Io, al tuo posto, ballerei la danza del ventre!

Franceschiello, che è invece ferito all’occhio, e gravemente, non sembra gran che preoccupato.

Gli domando: – Come ti senti, Franceschiello?

– Nun ce pienze! – risponde.

– Sei contento di andartene? Non ti dispiace di lasciarmi?

Ride del suo solito riso sereno. Non sa rispon­dere. Ma la conservazione della vita è più forte di lui. Egli ha una gran fretta di andarsene.

– Addio, Franceschiello. Buona fortuna.

– Addio. Bacio le mani – risponde il sol­dato.

Discende, col passo tranquillo dell’uomo che non ha nulla da rimpiangere. Lo vedo imboc­care il camminamento.

La notte precipita ormai con le sue ondate di pece.

Nessuna notizia di operazioni. Il capitano Ba­lestrino viene spesso ad osservare le posizioni e a salutare i soldati; ma non sa nulla, per ora.

Mi accoccolo sulla terra sassosa che mi serve di giaciglio e cammino con la fantasia. Il mio piccino scarpetta a quest’ora sul pavimento di casa e chiama, di tanto in tanto, come per giuoco, il papà. Mia moglie mi scrive che le care labbrucce ripetono le due sillabe, con una insistenza che spesso la fa piangere. Ma le sillabe sono così facili! Il piccino non può capire dove io sia, né quali pericoli mi insidino. Più tardi, ho appreso che, in questi giorni, si svegliava ogni mattina, chiamandomi, e mentre la mamma lo vestiva, ripeteva, con un inflessione di voce angosciosa­mente monotona: – Morto papà, morto papà!