Intermezzo, si va in licenza

La tradotta, l’hanno inventata per fare assapo­rare a piccole dosi il piacere di rivedere l’Italia.

Il fante, ufficiale o soldato, può avere, lassù sul Carso, compiuti miracoli di coraggio: gua­dagnato medaglie ed encomi, tentato, con pattuglioni, colpi di mano audacissimi. Bellissime prove, ma, per andare in licenza, non c’è che la tradotta. La quale resta sempre, con tutte le ma­linconie che può dare, l’unico mezzo di trasporto della fanteria.

Il governo ha finalmente aperte le licenze. Nelle furerie delle compagnie, si fanno liste su liste, ma non si decidono mai a dare il «si parte».

Chi prima se ne va, prima ritorna. E tuttavia, tutti sono presi dalla fregola di andarsene, per primi.

Quello della partenza, è un mattino che te lo ricordi, anche se camperai mille anni.

E la notte, anche la notte non la dimenti­cherai! Se ti facessero montare di vedetta dalla mezzanotte in su, i superiori potrebbero giurare che tu al sonno non cederai.

L’occhio di triglia, a uno che sa di andar­sene, sia pure per pochi giorni, più che il sonno, glielo fanno i pensieri. Ma, pensando e ripen­sando, un’idea sciocca ti si è fermata in testa e non riesci a cacciarla. Questa: e se, improv­visamente, la tradotta che mi porterà, si fer­masse? Un guasto, una strada franata, manca ai macchinisti il carbone. Ed eccoti, d’improv­viso, in una campagna senza tetti e senza oste­rie, con quel gran desiderio della casa, che non puoi appagare.

– A questi mali, non c’è dunque proprio ri­medio?

Il macchinista dirà di no, con la testa. Non c’è rimedio.

Ma noi siamo tanti! Non potremmo, per esem­pio, spingere il treno, con le nostre braccia, fino alla prossima stazione?

Questa, sarebbe un’offerta che metterebbe in riso anche il macchinista.

Bisognerebbe aspettare, e bisognerebbe tacere.

Come Dio vuole, vien giorno. Sul Carso, verso l’alba, circola una nebbiolina tenera, che fa venire i brividi addosso.

Per venti giorni, caro rusticone, non ci ve­dremo: e tu mi crederai morto e seppellito, tu che tanti ne hai visti e ne vedi morire, soldati austriaci e nostri.

Ma non saremo morti.

C’è qui il caporale che fa la chiama. I fucili e le maschere si lasceranno al comando di reggimento, ché laggiù in Italia le nostre donne non bisogna spaventarle, con codesti arnesi di guerra. Bisognerà mostrar loro, se mai, un viso allegro, di uomini che non hanno avuto paura.

Ma la strada, dalla trincea al comando di reg­gimento, non t’è parsa mai tanto lunga, come oggi! E sebbene l’artiglieria nemica non ispari un sol colpo, ti par sentire i sibili alle orecchie ed hai paura di morire.

Il colonnello è in piedi, davanti al ricovero.

Ci vuol vedere, ché si può essere rigorosi e duri, ma un soldato, a cotesti superiori, è più caro dei parenti che hanno a casa, perché il sol­dato gli difende la trincea e, all’occasione, gli fa fare bella figura.

Due parole di morale. «La licenza non deve essere sentita come un congedo: goderla, ma pensare che, quassù, i nostri compagni e supe­riori ci aspettano; spassarsela, ma guardar bene di ritornare».

E ci ha stretta la mano. Che farebbe, pover’omo, se qualcuno di noi non gli tornasse? Guai seri, carabinieri che vengono ad informarsi, il generale che fa la voce grossa.

Ma non tornare, come si fa? Bisognerebbe darsi alla campagna: e non è allegro lasciare il Carso e gli austriaci per avere, tutta la vita, i carabinieri alle calcagna. I quali, poi, un brutto giorno, o ti sparano addosso, o ti mettono dentro. E finire fucilati, e alla schiena, questi non sareb­bero ricordi da lasciare ai figlioli.


Siamo diventati un drappello folto, al Coman­do di Brigata. Ma il Generale non si mostra an­cora. Il tenente vuol fargli vedere i soldati in ordine e pronti: ma non pensa che, sotto i nostri piedi, la terra brucia.

E non potrebbe accadere, mentre qui si aspetta, che gli austriaci attacchino?

Squillerebbero i telefoni della linea. Il Gene­rale sbuzzerebbe di caverna e metterebbe sossopra il mondo.

– Non parlatemi di licenza! A posto, a posto!

Per fortuna, non c’è nulla di nuovo. Il Gene­rale sta prendendo il caffè, e deve essere tranquillissimo. Tutto è all’ordine, al Comando di Brigata.

Il tenente, l’hanno fatto entrare. Ma noi siamo troppi, riempiremmo il fifaus.

Ma questo perder tempo (e si è ancora sotto il cannone) non mette allegria. Le gambe ti giuocano: non hai mai, come oggi, sentita tanta vo­glia di camminare.

L’aiutante di campo viene fuori, con la faccia scura e gli occhi sonnacchiosi:

– Quanti siete?

– Trentadue – risponde il sergente.

Gli teniamo gli occhi addosso, tutti. Non è così buono, come altre volte ci è parso. (Ma non si è mai buoni, quando si vede della gente an­dare a casa e noi si resta). Che gli nasca dentro una tentazione? «Sono troppi, togliamone qual­cuno!».

Ma ecco il nostro padrone, il Generale. Egli non sa che noi lo chiamiamo «Padre Pignolo» per la sua severità e il suo zelo.

– Siete contenti di andarvene?

Nessuno risponde con le labbra, ma gli occhi non possono essere tenuti a freno, come la lin­gua. Gli occhi ridono.

– Bravi! E fate vedere, in Italia, che quassù facciamo tutti il nostro dovere. Siate orgogliosi di appartenere alla Brigata Ferrara e portatemi nuove dei vostri bambini e delle vostre donne. Addio, anzi a rivederci, e che il cielo benedica voi e le vostre famiglie.

Ah, Padre Pignolo, o che ti piglia stamane? tu vuoi dunque farci piangere, noi che andiamo in licenza?

Agli sbarramenti, la sentinella ci guarda in cagnesco. Ma, se Dio vuole, non ti domanda la parola d’ordine.

Qualche soldato, che si lava alla fontana di San Martino, grida: – Buon viaggio!

Ma la strada, quanto è lunga! E gli austriaci che nel maggio volevano – cacciandoci a forza di gas – compierla in un fiat!, avevano fatto certi conti! Il primo giorno, Gradisca. E poi Udine, Treviso e più oltre! Contavano i chilo­metri sulla punta delle dita, quei cani! E i chi­lometri non erano poi molti. Ma c’eravamo noi, e non si riusciva a contarci, tanti eravamo. E mitragliatrici c’erano, e bombe a mano e fucili, senza considerare quella grazia di Dio che vien fuori dalla bocca del cannone! Un putiferio di sibili e scoppi, da far impallidire anche le rocce!

Le donne ci guardano e salutano.

Oggi, non è più, come un tempo, che i fanti li sceglievano tutti brutti, e quando passavano in città, polverosi e piccoli, non c’era un cane che dicesse: «Che bei giovani!». Piacevano i bersa­glieri e gli alpini, gente scelta e quadrati. Ma la fanteria, la chiamavano la «buffa» e nessuno le badava.

Oggi, la «buffa» ha fatto, quasi da sola, la guerra e ci ha, nelle file, certi ragazzi che le donne li divorano con gli occhi! Ragazzi, con lo sguar­do dell’uomo scaltrito; e sono del ’97! Ma la donna piace all’uomo di tutte le età, e a diciott’anni, su quel terreno, si corre come automobili.

A Gradisca, il tenente ha trovata una cono­scenza, e si ferma per quattro chiacchiere.

Bisogna tutti fare un alt. I più chiassosi bron­tolano: – Perderemo la tradotta!

– Perché si è fermato, quel bischero?

– E deve andare a casa, anche lui! Strano uomo! Preferire un collega alla propria madre!

Ma il tenente ha sentito che i suoi uomini erano sulle spine. E s’è congedato.

Lo stradone di Cormons ci ha messo in gola una voglia matta di canto. Ma il tenente: – Canterete in tradotta. Pensate che c’è chi la licenza l’ha già goduta, questi che ritornano indrappellati. E come a voi non piacerebbe, al ritorno, un drappello che vada e canti; così a costoro.

Ma erano d’un’altra brigata, quei fanti: con certe mostrine color caffè latte, da farne ve­nire la voglia… Né paesani, né conoscenti. Sta­rebbe fresco il fante, se dovesse aver pietà di tutti i soldati che vede! Non parliamo dei terri­bili e dei brodomaggi: gente nata al riposo e che fa schifo. Ma anche la fanteria d’altre brigate, è lo stesso che non ci sia, perché, come nella vita, dove ci si considera unicamente, se vicini di casa o paesani, così in trincea e in guerra, possiamo volerci bene solo tra noi. Il cuore dell’uomo non è una cassa di gallette, che può farne posto fino a mezzo migliaio: ma, grosso quanto un pugno, non ci stanno dentro, oltre la famiglia, più di dieci o dodici amici e i co­lori della brigata, quando sono belli e famosi come i nostri.

Il tenente, a questo discorso, s’è messo a ri­dere. E allora, una voce chiamò l’altra; e si cantò, in coro, la garibaldina.

Le donne ci guardavano, sorridendo, ed an­che i borghesi, nel vederci così allegri, si senti­vano più forti.

Il tenente, anch’egli fu preso dalla smania di entrare nel coro; ma, con quella voce smilza, più spaccava la gola, più era fuori di tono.

La tradotta era al suo posto. Ebbe voglia il tenente di sgolarsi! Ciascuno si lanciò, come un bolide, a cercare un sedile; e, in breve, i colori della Brigata Ferrara erano un po’ dappertutto. Così che il tenente ci lasciò in pace.

Tra paesani, si fa presto a combinare un ac­cordo. Ma questo non fu di musica. Perché lungo la strada, che è piena di tappe e intermi­nabile come la via crucis, bisogna bere, cia­scuno per suo conto o in comitiva, messe le mani nel portafogli, ha fatto diventare vino il denaro.

Cormons è una città battuta e infastidita. Il cannone vi picchia dentro, gli aeroplani la bombardano. Lo starci, non è certo una gioia. Ma i cittadini rimasti fanno scontare a noi il sacri­ficio che compiono. Chi ha voluto bere, si è vuotate le tasche; chi ha osato mettere le mani su certe fettine di carne arrosto, gli è rimasto un grande odio per i buoi della città, che si fanno pagare enormemente, mentre, quelli che il go­verno manda per noi, giungono sì magri, ma non costano nulla.

Qualcuno va a far visita al macchinista: – Perché non si parte, signor ferroviere?

Ma quello ha uno sguardo duro. Le mani – che sembrano anche esse di ferro – non può tenerle ferme.

– Lo dici a me?

Discorsi dell’altro mondo! Chi spinge dunque la macchina e la fa scendere in Italia? È lui, il macchinista. Un poco di compassione per que­sti fanti che vengono dal Carso, e la macchina comincerebbe a ronfare, si avvierebbe verso casa.

No. Il macchinista non ha compassione. Ma abbiamo capito. Anch’egli è un pover’omo, nato ad ubbidire, messo lì, davanti a quei solenni ingranaggi, come una vedetta davanti al nemico. Non c’è nulla da fare.

Ma il trombettiere, costui deve dare il segnale, e forse si commuoverà.

– Suoni o non suoni?

Il trombettiere crolla la testa: – Se stesse in me!

Gli ufficiali, su e giù pel marciapiede, parlot­tano e ridono. Ma si vede che anche essi aspet­tano un pezzo grosso, e che costui solo ha il po­tere di mandarci a casa.

Come nella vita! Ma chi è contadino e dirige i lavori del proprio campo, se un giorno non gli va a genio il maneggio della vanga, si mette al sole e fuma.

Parole. Che si dicono ora, perché si è lontani e si soffre. Ma, tornati ai nostri campi, saremo ancora i servi della terra e delle famiglie nostre: e obbediremo alle stagioni, che comandano su di noi, più anche del governo e del padrone. Come poveri sciocchi.

Così ragionando, l’attesa parve meno breve. Ma i fiaschi furono subito scolati.

E si cominciò a cantare.

La gente borghese, che aspettava il treno, ci guardava, incuriosita. Gli occhi loro pareva dicessero: – Quanta allegria! E hanno i giorni contati!

Ma, da soldato e alla guerra, una licenza, an­che breve, ti fa vedere il mondo bello quanto mai: tutto sorrisi, incanti e paradiso. Mentre questi borghesi, con la vita al sicuro, anche le gioie masticano in fretta, perché sperano che l’indomani ne conduca di più grandi e più belle.

Questo amore della vita, che ci fa parere de­liranti, noi lo sentiamo così forte, perché ogni giorno può essere l’ultimo, laddove costoro go­dono sì un po’ meno, ma la ghirba non la vedono sempre sotto un filo di spada, come il povero fante.