Introduzione

Al colonnello Zoilo Mantellini

Quando cominciai a scrivere le mie Espe­rienze Carsiche per il Mondo di Casa Sonzogno, io mi accorsi con notevole stupore che, più che le mie sensazioni, mi si scioglievano dalla penna quelle collettive, del suo e nostro battaglione.

Ricorda la dolina Panizzi, quella piccola buca carsica, dove lei aveva il suo comando, e dove tanti dei nostri sono stati seppelliti?

Il secondo battaglione del 47° che lei coman­dava ed al quale io, in quello scorcio di semestre, appartenevo, era tutto ammassato lì intorno: in poche decine di metri quadrati. Ogni mattina, noi vedevamo, intenti al lavoro, i nostri uomini; attivi alla sorveglianza, i nostri graduati.

Lei sentiva, ed io che funzionavo, per pochi giorni, da suo aiutante maggiore anche sentivo che quella folla febbricitante sopportava, con mirabile stoicismo, le pene, i disagi, i tri­boli che la guerra imponeva.

Faccia severa, voce minacciosa, lei non ri­sparmiava rimproveri ai pigri, ai dormienti, ai non volonterosi. Ma, dentro, io le leggevo una pietà profonda e un affetto, quale ella forse non nutrì, nei tempi di pace, eguale per alcuno.

Quegli uomini, non tutti le erano noti; di mol­tissimi, ella non sapeva né nome, né casato, né natali. Ma erano i suoi uomini, erano il suo bat­taglione.

Un amore non diverso era anche in me. Io non sentivo forse il battaglione come unità; ma, in tutti quegli uomini, nostri e d’altri reparti, vedevo il nostro popolo, i contadini nostri di ieri, la povera gente che non sa nulla, se non che bi­sogna obbedire, soffrire, e, ove occorra, morire.

E pure, noi li abbiamo visti cadere, li abbiamo fatti seppellire, li abbiamo deposti in barella, moribondi, senza una lacrima che dico? – senza commozione.

Sparivano a diecine, ogni giorno. I ruolini si riempivano di cancellature, e ogni cancellatura di lapis copiativo significava un morto o un fe­rito, nostri.

Quel battaglione, che il comandante della Bri­gata Ferrara il generale Rocca – lanciava, nei momenti difficili, all’assalto con la ferma sicurezza che avrebbe sfondato, si assotti­gliava dei suoi elementi più fidi e provati: ma né lei, Comandante, ne noi ufficiali, che costi­tuivamo l’ossatura della piccola unità, ce ne da­vamo pena.

Pareva così naturale che ogni turno di trincea rubasse, nel battaglione, tanti bravi ragazzi! E che, a poco a poco, sotto lo stillicidio della linea, la nostra unità si scarnificasse e impoverisse!

Ma i nostri Vicinanza, ma i nostri Sgarrito possono essere morti? Ma i nostri graduati Sca­lerà, Palumbo, D’Amato, Grisolli, possono dun­que essere rimasti, sotto la terra sassosa di lassù, a marcire?

E quelli che, per ferita o per malattia, a viva forza, ci furono strappati, essi anche possono essere scomparsi?

No, no. Quelle tempre solide di uomini, che conoscevano il Carso in tutte le sue insidie, io le vedo ancora, alte su una folla di elmetti ulivigni, in atto di comando o di guida.

Il secondo battaglione del 47°, anche oggi, come due anni fa – noi lo sappiamo in gamba e solido. Vicende belliche, disgrazie, lutti non possono aver fatto perdere al «battaglione di ferro» della Brigata Ferrara, la sua mirabile compattezza.

Ricorda quel che dicevano i nostri fanti?

«Noi siamo come certi cavalli che, per quanto magri, mal tenuti e inciampicanti, fanno buon servizio, sempre. Il padrone ha, nella stalla, altri cavalli. Grassi, ben pasciuti, bellissimi a vedere. Ma, all’atto pratico – che è, che non è? – cal­ciano, sbandano, non riescono a far quattro passi a modino. E può essere, quanto si vuole, un padrone tenero. Poiché alla stanga un cavallo ci vuole, il magro farà il lavoro, per sé e per gli altri. E i poco abili, egli li ingrasserà: per ven­derli, al momento buono, a uno stupido com­pratore».

Il battaglione, nella voce del fante, passava forse non giustamenteper sfottuto. Ma certo, tra quelli della Brigata, era uno dei mi­gliori, se non addirittura il più fermo e meglio inquadrato.

Tempi passati. Ricordi, che sembrano di molti anni fa, vecchi e stanchissimi. Ma la memoria nostra è ancora legata a quelle ore sublimi e non le sa scordare.

In queste poche pagine, io ho tentato, caro Co­lonnello, di far rivivere in ritratti, sfondi e descrizioni, il 2° Battaglione di allora.

Io non so se vi sono riuscito.

Ma sarei, comunque, felice, se uno solo dei vecchi ufficiali o soldati d’allora, leggendo que­ste «esperienze», risentisse, anche per un mo­mento, l’afflato peso di quella nostra atmosfera di morte e di gioia. E si commovesse.

Questa commozione sarebbe il compenso più caro alla mia fatica.