La morte di Rechiche

In prima linea Rechiche sceglie sempre, per il suo tenente, il ricovero meno esposto e più pu­lito. Il mio zaino sulle spalle, il rotolo della co­perta sotto il braccio, la sua roba a tracolla, egli sembra divenuto più vecchio. E sofferente.

Suda molto. Non pare proprio più l’uomo dal limpido sguardo e dalla voce chiara che conobbi sul Cappuccio.

Tra uno scoppio e l’altro, tra sibili di pallot­tole, saltando, ruzzolando, in pieno mezzogiorno, abbiamo cambiato posizione. I cadaveri ingom­bravano i camminamenti. Tratto tratto incro­ciavamo una barella con un ferito.

Il ricovero che Rechiche ha scelto è appena una buca, ma l’ufficiale che mi dà la consegna ha fatto, nella tana, costruire una specie di panca. L’illusione della sicurezza è offerta dai sacchetti a terra ricolmi, dalle pietre accatastate, ma il castello è come una costruzione di bimbi, la più modesta granata potrà sfasciarlo.

A Rechiche, tutti i soldati vogliono bene. Egli ha sempre il mezzo sigaro o la cicca in tasca e la borraccia piena di caffè o limonata. La sua faccia è poi così buona! Ha una divisa linda, nelle sue tasche si nascondono tutti gli oggetti che possono far bello un uomo: il rasoio, la for­bice, il sapone, il pettine e lo specchio.

Domani, andremo ancora all’assalto. Cinquanta metri di terreno da superare: ma non è terra calabrese, dove si possa correre tranquilli e le erbe fruscino, amiche.

Sentiremo la mitragliatrice. E i cannoncini da trincea, le farfalline da 37, ci soffieranno intorno o addosso la morte. Sotto la pioggia e nel fango, combineremo un assalto, di quelli che costano alle compagnie metà degli effettivi.

Ma Rechiche è rassegnato. Non c’è nulla da fare, quando si è soldati e di prima linea. Tutt’al più, ci si può illudere fino all’ultimo istante che la pioggia impedisca l’avanzata, e, frattanto, cibarsi delle lettere di casa, pensare alle piante del giardino di Sant’Eufemia, che pare ti alitino in sogno l’aria dolce e profumata di laggiù.

Rechiche ha uno sguardo amaro per la terra perfida che calchiamo. Le felci, sceso l’autunno umido, sono diventate rosee e s’attaccano, di­sperate, ai denti delle pietre, che sembrano cor­rose da una ruggine immedicabile. Di primo mat­tino, quando l’alba è ancora incerta e gravida d’ombre, non rocce pare che biancheggino sul Carso, ma ossa bianche di caduti: ricomparse alla superficie nella notte, quasi per respirare. Ma le croci innumerevoli, fattasi luce, richiude­ranno, sotto la terra rossa e sconvolta, i poveri corpi malsepolti, perché il ferro nemico non cada su di essi, a dilaniarli ancora, e malamente.

Rechiche si commuove. Dal luglio ad oggi, quanti compagni ed ufficiali ha sepolto con le sue mani! Non li sa contar più, ma ha l’impres­sione che non ci sia pietra o zolla, sul Carso, che non ricopra un cadavere.

Egli sa che bisogna morire. Non si può, com­battendo sul Carso, sopravvivere a tre o più avanzate. Chi, fortunato, l’ha scampata sono stati i feriti leggeri. Quelli torneranno tra due, tre, quattro mesi, ma hanno goduta una pausa, rivisto la moglie e il paese, forse cambieranno, domani, anche reggimento.

Gli occhi di Rechiche guardano, con aperta invidia, i primi uomini del plotone, che una gra­nata ha malmenati. Egli comprende perché nes­suno di costoro si lamenta e perché hanno una gran fretta di andarsene. Raggiunto il Vallone, si apre la strada di casa.

– Addio – dice loro Rechiche. E stringe ma­ni, accomoda bende. I suoi occhi accompagnano l’amico fino all’imbocco del camminamento.

La luna è appena uscita dal mare. I soldati, raggomitolati sotto le coperte, vegliano, silen­ziosi, sulle feritoie. Ma il Carso sembra che il suo aspetto notturno, dopo tanti giorni umidi e tanta desolazione di fango e d’acqua, voglia pro­prio migliorarlo. – Stanotte, non avremo bisogno di chieder luce ai razzi – dice Rechiche.

Ma la luna che sorge, dopo una settimana di tempesta, è rossigna, scombuiata, nervosa. Anche gli altri fanti, non li allieta la promessa del sereno.

L’avanzata non è stata possibile fino ad oggi, a cagione del tempo; ma domani, quando la luna avrà ripulito il cielo e il Carso e il sole si riaffaccerà franco sulle quote di Oppacchiasella, uno scampanellar di telefoni metterà in subbuglio i comandi: – Tenersi pronti. Tra poco, dovrà cominciare l’attacco.

Ho dato il cambio ai miei posti di corrispon­denza.

Spano giunge in trincea più morto che vivo. Ma Carlingia confessa di aver solo patito, in quell’isolamento, la sete e la mancanza di tabacco.

Il suo viso biondiccio, ossuto ci ha però gua­dagnato. Il sonno e l’acqua pura gli hanno ridato una fisionomia decente. Quando costui beve e cicca, perde la chiarezza dello sguardo e la pelle gli si raggrinza agli angoli degli occhi. Ha avuto che dire con un maresciallo dei carabinieri, che saliva in linea. Cotesto maresciallo, con fare bur­bero, si avvicinò al posto di corrispondenza, chie­dendo quale fosse il camminamento meno bat­tuto. Spano, da buon siciliano, rispose: – O l’uno o l’altro, se l’ora vostra è suonata!

Ma Carlingia, che per gli «aeroplani» non ha avuto mai simpatia, neppure da borghese, ha giocato al maresciallo un brutto tiro: – Questo di destra – gli ha detto – è un camminamento malmenato dalle granate; ma questo di sinistra non è anche consigliabile, perché sotto il tiro dei cecchini. Se lei ha fegato e vuol scamparla, passi all’aperto, come faccio io. Quattro salti e sarà in prima linea.

Spano gli toccava il gomito, ma Carlingia s’è sporto dal camminamento e ha detto all’«aeroplano»: – Di lì. Ma, si ricordi, tutta una corsa!

Come colui abbia fatto a non guadagnarsi una pallottola, Carlingia non se lo sa spiegare.

Ma la luna, stassera! Dove guarda fa nascere scompigli di piante e pietre, contorsioni, som­mosse. Sull’altopiano infido, i camminamenti sembrano ingrossati, le trincee amputate, gli im­buti delle doline strozzati. Chi è in istrada e sale verso le linee, non si orizzonta più: le salmerie, con il rancio, tardano a giungere, perché hanno imboccato qualche viottola, che non è certo la solita.

Le vedette studiano la fisionomia delle trincee nemiche, con occhio linceo: ma i sacchetti a terra sembrano divorati dalle piante e dagli ar­busti del terreno neutro, sulle feritoie nemiche pare che camminino animali mostruosi. Luci oblique e strane tagliano il Carso, che, nei suoi fondali, rosseggia come per incendio.

Solo verso mezzanotte, la luna si quietò. Una calma lattea si diffuse sulle terre combattute e rumorose. E via, la guerra ormai era finita. Quella era una luce di pace.

In quella luce serena, Rechiche chiuse gli oc­chi per sempre.

Come attendente, non montava di vedetta, non si allontanava per le corvées: era un imboscato.

Ma le granate scoppiano per tutti, e spesso anche per i «brodo maggi», che spazzano le vecchie linee di S. Michele e di S. Martino.

Diceva Rechiche: – Il Signore mi lasci almeno godere la licenza invernale. Ho qualche raccomandazione da fare alla mia sposa: Peppina mia, se tuo marito muore, o non sposarne altri o, se proprio lo vuoi, maritati a un riformato. Non conviene se­guir le orme di giovani belli e piacenti, perché la guerra, presto o tardi, li rastrella, per fare delle loro carni orribile strazio.

Gli ultimi giorni, non riuscivamo a svagarlo. Era divenuto triste, chiuso, e aveva paura.

Quando giungeva, nella notte, la posta ed io gli dicevo: «Accendi la candela», egli mi sup­plicava di non farlo: – Cecchino vede il lume trasparire dagli in­terstizi della pietra, e spara.

Ma io ridevo: – Cecchino ha altro in testa, svizzero mio! Egli pensa alla sua grassa fidanzata e raddrizza i baffi di capecchio. Accendi la candela, suvvia.

Accendeva, ma brontolando e chiamandomi «un tenente che non vuol ragionare».

La candela oscillava nelle sue mani, come se queste tremassero. E tentava, ogni sera, di incappottarmi con la mantellina, perché la luce non trasparisse.

Io rideva. Ma la sera del 9 il riso mi si ap­pallottolò in bocca, ed ebbi paura anch’io.

Si svegliava il cannoncino da 37 dalla trincea nemica. Colpi qua e là: ma tutti prossimi al no­stro ricovero.

Rechiche piagnucolava: – Ci accopperanno, ci accopperanno.

Con la luna di mezzanotte, piena e viva, la candela non era più necessaria.

Traspariva, tra i rami delle acacie, un cielo pingue, che ricordava le sere quiete dei paesi d’Italia, quando, ben nutrito, l’uomo siede fuori d’un uscio e ciancia di politica.

Il vento aveva spazzato le correnti umide e pese. La carezza dell’aria alitava sulla nostra pelle, imprimendo vigoria ai vasi un poco stan­chi. Diaccia, ma robusta: a noi, che avevamo bi­sogno di scuotere il corpo, che la vita immota della trincea appesantiva.

Rechiche respirava. Non era l’aria delle sue terre calabresi; ma la notte era tanto bella! Anche ai silenziosi, quella notturna quiete, strap­pava un canto sommesso.

Scalerà, solo nella sua tana, sillabava a bassa voce una canzone campagnola pugliese.

Non un colpo, non un razzo, non un suono. Per miglia e miglia, sul Carso nudo e ferrigno, la guerra ristava.

Ma il cannoncino da 37 si svegliò anche que­sta volta.

Ricordava la candela delle sere precedenti? Il tenente austriaco aveva ricevuto una cattiva po­sta? In quell’atmosfera quieta e quasi invernale, riappariva, agli occhi dell’artigliere di guardia, un’ombra bieca ch’egli non sapeva allontanare?

Sparò sulla nostra destra un colpo che sfiorò la baracchetta del capitano e minacciò di de­molirla.

Un secondo cadde presso la nostra; ma in territorio neutro. Un sasso volò sopra le nostre teste e staccò, di netto, uno dei rami dell’acacia, che ci impediva la vista chiara del cielo.

Il terzo?

Mi parve di rotolare lungo una discesa, tra sassi, terra e polvere.

Una voce fioca giunse alle mie orecchie: – Madonna mia!

Era Rechiche.

Lo posero in barella che respirava a stento. Era stato colpito dal proiettile; forse da una scheggia, forse dal fondello medesimo.

Ho interrogato il soldato Buffa, che ha sepolto, con le sue mani, nel Vallone, il corpo di Rechiche.

Buffa è siciliano, ma chiacchiera come un to­scano. Racconta: – La testa era una poltiglia; ma io non ho più visto un moribondo caparbio, come costui. Si figuri che ha continuato quel fiottar disgraziato fin nel Vallone. L’ultimo respiro lo tirò proprio a quattro passi dal cimitero. E gli occhi gli re­starono aperti, eccellenza, come se volesse ri­maner persuaso che quella era la fossa, e per lui, e che il viaggio fatto era proprio, irrimedia­bilmente, l’ultimo.

Riempie la pipa, e si stropiccia le mani:

– Certo, questo non è un morire che convince. Accenda pure la candela, voscenza. Vuol leg­gere la posta? Tanto, se Cecchino intende spa­rare, non aspetta di veder luce. E se lassù, tra una stella e l’altra, s’è già parlato che un certo Buffa di Modica, deve morire, candela o no, Cecchino saprà trovare il colpo che gli farà sten­der le gambe.

Gli ho domandato se diverrebbe volentieri il mio attendente.

– L’onore è tutto mio. Ma se diranno che Buffa è un imboscato, perché lei è un ufficiale che farà carriera, ed io la seguirò negli onori, cosa risponderemo?

Spicca un salto e siede sul bordo più basso della trincea.

Risponderemo: – Abbiamo fatto trenta mesi di trincea e dieci assalti alla baionetta. «Toponi», che Cecchino guarda tremando, con una baionetta che, se ar­riva a toccar carne, non c’è barba che resti in piedi: il nostro è bene un diritto, non le pare? Quanto a me, io resterò sempre a leccare le ginocchia al mio tenente: come sull’altare di Modica fa il cane a San Rocco. Sebbene le vo­stre ginocchia siano sane, e nessuna piaga. Dio guardi, le faccia sanguinare.