La strada di casa

Siamo giunti, verso sera, in una dolina grande, pingue di ricoveri e caverne, che si addossa al paese di Loquizza. La notte è senza luna: tetra, nuvolosa, plumbea. Il nemico sparacchia qualche shrapnel, ma con poca convinzione. Sa che di notte non è facile indovinare dove un nemico che avanza ha potuto insediarsi, e forse teme, tirando corto, di colpire qualche dolina dove si nascondono i suoi battaglioni.

Ma aver pietà di un Cecchino, cotesto fu pro­prio un pensiero balordo. Il tenente Marini ci ha lasciata la pelle. Un giovane, pieno di fede e di fegato, di quelli che trascinano gli uomini e li accendono. Ma il cuore dell’italiano, nono­stante gli ammonimenti dei capi e le insidiose prove che il nemico ha sempre date della sua disonestà, è proprio di fesso. Marini ha sentito, da una caverna, uscire un lamento: è un ferito, è un uomo: aiutare. Ma quello non era né un uomo, né un cristiano: era austriaco. E quando ha udito che, chi entrava nella caverna a soccorrerlo, non parlava la sua lingua, con le mani bruciate dalla febbre, ha raccolto l’arma vicina, e sparato.

Marini è caduto così. All’imbocco di una ca­verna, un ragazzo che ha superato dieci assalti e una giornata laboriosa e coraggiosa, come quel­la di oggi, morendo per mano di un ferito e forse di un vile.

Ma uno spettacolo, io avrei voluto vedere: quello che allestirono i suoi soldati, per vendi­carne la morte.

Ja, ja, – diceva il ferito, contento d’aver levato di mezzo, prima di morire, un ufficiale italiano.

E i nostri: – Te lo daremo noi, razza di cane, il tuo ja.

Lo presero, e, toltolo a forza dalla caverna, lo portarono fuori, all’aperto.

Aveva una faccia birbona, con due occhi pic­coli di faina.

Continuava, anche di fuori, il suo monologo incomprensibile.

L’attendente di Marini voleva finirlo con la baionetta. Ma gli altri: – E questa, la chiameresti vendetta?

Il ferito parlottava sempre: – Se non smetti – gli gridò un sergente to­scano – io ti taglio la lingua. Piglia il badile, ora. E scava, animale.

L’ungherese non voleva saperne.

Ma gli fecero assaggiare più volte la punta della baionetta sul collo. Alle orecchie, gli urla­vano gli insulti più sanguinosi: – Scava, scava!

Di mala voglia, l’austriaco s’accinse a lavorar di badile. La ferita alla testa doveva dolergli: brontolava, piagnucolava, forse bestemmiava.

Ma le punte delle baionette gli facevano paura.

Accanto alla fossa che egli preparava, ne na­sceva frattanto una seconda, spaziosa, fonda, geometrica: la fossa di Marini. Vi lavoravano attorno i migliori: Bùcceri, Flagello, Grigna.

Ridevano, nella notte, sputandosi sulle palme e schioccando la lingua.

L’attendente di Marini, con la lampada elet­trica del suo tenente, distribuiva il raggio, ora sull’austriaco, ora sulle fosse, ora sui compagni: – Scava, scava!

Il corpo di Marini fu sepolto per primo.

Ma la sorte dell’austriaco doveva essere ben più grama di quella dell’ufficiale. Com’ebbe finito il suo scavo, ve l’adagiarono. Egli si ribellava, puntava i gomiti, le ginocchia, tirava calci, ur­lando dei nein e delle frasi, che nessuno capiva.

I suoi occhi rivelavano un odio profondo. Sem­bravano iniettati di sangue.

Esausto di forze e sfinito, mutò tono ed espres­sione. Divenne supplichevole, umile. Piagnucolò.

Ma era troppo tardi.

I soldati di Marini stavano già disputando chi dovesse dargli il colpo di grazia.

Egli comprese. Spalancò gli occhi piccoli e miopi, allargò le braccia, la sua voce – un sof­fio – pronunciò: – Bono taliano!

Ma la baionetta di Carpineti gli era già sopra. Uno spruzzo di sangue schizzò intorno, ricadendo sulla terra rossa e umida.

Poche palate di terra sulla fossa e la lampada elettrica si spense.

– Ora possiamo riprendere il nostro posto – disse il sergente.

Sui bordi della dolina, ombre brune andavano e venivano.

– E se il rancio è arrivato, mangiare – ag­giunse Carpineti. Io sono da stamane con una scatola di carne, ed ho una spazzola da com­mediante.

Era trascorsa appena metà della notte, quando giunse l’ordine di spostamento.

Il battaglione, confuso con la terra e con la roccia, un uomo sull’altro, riposava nella fan­ghiglia. Di quelle membra rotte, di quelle teste indolenzite, il sonno aveva fatto strazio.

Il nemico sparava solo a shrapnel. Incespi­cando tra le rocce, tra i sacchetti a terra, in mezzo al filo spinoso, gli uomini del battaglione si spo­starono in una dolina grande, chiamata Tercenca.

I cadaveri austriaci facevano mucchio, dovun­que, insepolti. L’alba sfiorò le groppe delle nu­vole, s’allargò timida ed esitante tra stella e stella. La sua luce tremava, come se le dispia­cesse chiarire tanta strage e morte a sguardi estranei e nuovi. Sopraggiungevano i battaglioni di rincalzo: freschi, tolti dalla pace di Palma­nova, dal riposo di Bagnaria Arsa, dal tranquillo Cadore.

Il Carso si svegliava pigramente.

Andando, io detti quasi del capo su un coso nero. Mi parve uno spauracchio, di quelli che i contadini mettono per difendere il grano dai pas­seri. No, era un troncone di acacia, isolato.

I razzi offrivano un ben fioco lume. Solo gli shrapnel scioglievano un bagliore utile, ma uccidevano.

Mi hanno portato il portafogli, le carte, il pia­strino del caporalmaggiore Grisolli.

Diceva spesso: – Quando torneremo e potremo raccontare quello che abbiamo veduto e sofferto, il mondo non ci crederà. Io conterò allora, nell’osteria, queste storie del Carso, ma anziché nominare un esercito di oggi e noi, schiererò quassù i pa­ladini di Carlo Magno.

Io ridevo. Ed egli, serio: – Con la fantasia, si giunge dove si vuole. Ed io sono il miglior poeta del contado viterbese.

Aveva con sé anche qualche pagina scritta. Lunghe canzoni in terza e ottava rima, che nar­ravano voli d’aeroplani, lancio di bombe, pere­grinazioni di comete: caotici, anacronistici, me­tricamente insolenti, ma caldi di passione.

Egli non doveva essere davvero degli ultimi, nei popolari certami, in cui si beve e si canta, instancabilmente, dall’alba al tramonto.

Faceva il bottaio; ma egli ripeteva, con una certa soddisfazione, le parole di rimprovero, che la moglie era solita dirgli: – Tu non fai una botte in un mese; ma, can­tando da poeta, nelle osterie, una botte di vino, oh sì!, la scoli.

Il Carso ha divorato anche lui, che del popolo nostro aveva tutti i pregi e i difetti: fantasia senza limiti, cuore eccellente, amor proprio, vizio in­correggibile dell’osteria e della brigata.

Ma né timido era, né pauroso. E sebbene avesse trentasei anni non poche volte s’era of­ferto di pattuglia, perché egli voleva essere primo in tutto e guadagnare, sul campo, una medaglia.

Il mio plotone s’è assottigliato di molto. Ma alcuni dei migliori sono ancora con me.

La dolina è vasta, sebbene mal protetta. I ri­coveri si stringono alla roccia, innumerevoli.

I medici di due battaglioni hanno collocato qui il loro posto di medicazione. Per medicare, bisognerebbe godere una certa tranquillità, e in­vece la dolina Tercenca non è troppo allegra. Corrono a frotte, qui dentro, i feriti. E il nemico, che vede tanta folla di barelle e di zoppicanti, lancia nella grande buca tutti i marmittoni di cui può disporre.

Brontolano i medici. Ai feriti, che già s’affol­lano sull’uscio della baracca, s’aggiungono quelli del luogo. Davanti al posto di medicazione, è un gridare, un lamentarsi, uno strepere di bol­gia dantesca.

Un soldato solo non pronuncia parola. Nudo fino alla cintola, gli occhi sbarrati, il sudore della febbre che gli arrossa le gote, i denti stretti dal dolore, accoccolato in terra, egli gira intorno lo sguardo. Né piange, né supplica, né si lagna.

Una pallottola gli è entrata nel polmone e gli è uscita dalla spalla.

Cola un sangue rosso e scuro dalla ferita. Le sue labbra si aprono ogni tanto su uno sputo spumoso e rossigno, ch’egli scaglia lontano, con impeto.

Le barelle gli passano dinnanzi, ma egli non le degna d’uno sguardo.

Un portaferiti lo vede e lo interroga: – Soffri molto? Ti debbo medicare?

Il soldato lancia un altro dei suoi sputi e, senza rispondere, accenna con la testa di sì.

Fasciato, indossa con calma la sua giubba e si pone in cammino.

– Dove vai? – gli chiede il portaferiti. Torni in prima linea?

Ed egli: – Perché?

Il portaferiti lo ha adagiato su una barella, quasi per forza. Egli stentava capire quello che gli dicevano: ferita grave, ospedale, puoi crepare.

Sulla barella, la sua forza di resistenza s’è spenta d’un tratto.

Ha chiuso gli occhi, la bava rossiccia gli in­sudicia le labbra e il mento. Egli è quasi in istato agonico.

– Non giungerà al posto di smistamento – mormora il medico, strappando coi denti un pacco di cotone. E voleva tornare in prima linea!

E ancora feriti. Un caporale del Genio lo con­ducono al posto di medicazione con un braccio quasi staccato da una scheggia di granata.

Il medico crolla la testa: – Non c’è nulla da fare.

Ma il polso del ferito è ancora sostenuto. Ed egli parla, ride, ha un frizzo per tutti.

– Cristo! Hai dunque proprio voglia di cam­pare?

E il medico, così dicendo, sorride.

– Se non le dispiace! – risponde il soldato.

– E va bene.

Il medico afferra una lama, e, disinfettatala alla meglio, si avvicina al ferito.

Gli infermieri strappano intanto la giacca, la camicia e la maglia su quel povero braccio penzolante. Il caporale lascia fare. Non un urlo, non un segno di sofferenza.

L’osso è spezzato. Solo la pelle, in qualche punto, è ancora legata alla spalla.

Non è un’operazione di prima linea. Ma il medico, ora, è di buon umore. E, poi, un ragazzo così allegro!

In breve, l’amputazione è completata. Il me­dico lega le vene, tampona, disinfetta.

– Sei contento?

Il caporale getta uno sguardo sul suo braccio morto e non dice né sì, né no.

Poi, a voce bassa: – Povero braccio mio, dove andrai dunque a finire?

Ora, egli non ride più. La voce è anzi dive­nuta stenta e un po’ roca.

– Fagli un’iniezione – dice il medico al suo caporale di sanità.

E voi – egli seguita, rivolgendosi ai portafe­riti – conducetelo via. Tra dieci minuti, avrà una febbre da cavallo.

Il caporale, abbattuto sul fianco, pare infatti che non abbia più fiato. Ma quando i portaferiti sollevano la barella: – Un momento, – dice – lasciatemi prima ba­ciare il braccio mio.

Balorda, del 3° plotone, s’è incontrato con una granata, mentre inciampicava tra i sassi per raggiungere la compagnia. Raccontano i compagni che un’ora fa, a garganella, s’è spinta in gola una gavetta colma di cognac.

Interrogato, smozzica qualche parola, interrotta da grugniti.

È conciato male alle gambe.

Gli infermieri lo spogliano in fretta, mentre egli, sputando e vomitando, ciangotta frasi mon­che e strambe: – Io lo so che vuol dire combattere, signor tenente. Ma se ci si mette di mezzo un ferro da cavallo, grosso quanto la luna, un povero soldato non ci si raccapezza più.

– Bravo!, ma la gamba tienla alta! – il me­dico esclama.

– Altissima! – e, così dicendo, Balorda sol­leva la gamba. Ma un urlo di dolore gli esce tosto dai denti:

– C’è pericolo per il grappolo, signor te­nente? Lei me lo maltratta, mi pare!

Ridono tutti.

Balorda continua: – Proprio un ferro da cavallo. Dicevo tra me: ora lo raccolgo, ed è finita. Al paese mio, por­tano fortuna. Ma sì! Più allungavo le mani, più il ferro camminava. «Sta a vedere – dico a me stesso – che questa bestia va fino a Costanievica, come vuole il generale». Oh, ma io non gli sarei mica andato dietro! Noi non siamo ani­mali da soma o gente che fa la guerra per giuoco. Siamo stufi. Dico bene, ragazzi?

– Benissimo – esclama il medico. – Ma cerca di star fermo, se vuoi che cotesto grap­polo ti sia salvato. Hai moglie?

– Se l’ho! Una ciana, grassa così! Ma chi spera di rivederla?

– Vuoi morire?

– Se lei mi dice di no, quasi quasi ci spero. O che? potrebbero dunque rispedirmi al depo­sito, inabile?

– Certo.

– Beh, se la sbrighi. Purché non mi ci lasci del marcio, quando sarò là, poi, me la cavo.

Legato di bende, e tamponato, lo mettono in barella:

– Salute, ragazzi – urla Balorda – e in bocca al lupo! Se per me la guerra è finita, come par­rebbe, anche per voi un bel giorno finirà. E se trovate quel ferro da cavallo, serbatemelo. Io sto a Marradi.

I portaferiti s’incamminavano. Ma Balorda, puntato sui gomiti, volta ancora la faccia congestionata: – Ricordati, fratello – dice al soldato che gli è più vicino. – È, grosso quanto la luna!

Il comandante del battaglione è stato ferito anche lui. Saremo, ad uno ad uno, portati via tutti. Questa dolina non Tercenca dovrà chia­marsi, ma della morte.

La Pedota ha inteso uno scoppiettio di pallette di shrapnel sul tettuccio del suo ricovero e, subito, un dolore acutissimo alla caviglia.

Paolucci s’è presa una scheggia in un ginocchio e viene a dirci addio.

Ci sarà un regalo per ciascuno, se resteremo qui ad aspettare che la giornata cada in braccio alla notte.

Ero accorso in un ricovero, colpito in pieno da una granata e donde uscivano grida tremule e fioche. Mi affannavo, con l’aiuto di pochi, a scostare sacchi e lamiere, quando un nuovo schianto vicinissimo e una fiammata mi abbat­terono.

Caddi, ma senza comprendere che cosa fosse accaduto.

Provavo un dolore sordo alle gambe (una sorta di pesantezza) e non vedevo più nulla. Sulla te­sta, mi pesava certo un corpo morto. Tentai far forza coi gomiti, con le mani, con il dorso. Ma stentavo a sollevarmi.

– Non sono morto – pensavo.

In bocca, sentivo il sapore amaro della terra, gli occhi mi bruciavano. Ma le palpebre rispondevano alla volontà, e in quel minuto lungo che trascorsi sotto il cadavere e in mezzo ai sacchi di terra rovesciati, voluttuosamente io mi ab­bandonava alla gioia di sollevarle e richiuderle.

– Non sono cieco – dicevo tra me.

Alle gambe, mi pareva che il dolore crescesse. Ma le gambe, chi è in guerra e sul Carso, non le considera proprio nulla. Importa che la testa e il tronco restino sani. Ed io sentivo questa in­columità degli organi più necessari, non ne du­bitava.

Udii una voce, ma che mi suonò lontanissima: – Sono tutti morti.

Queste parole, pronunciate da sconosciuti, mi parvero una conferma decisiva e quasi solenne: – Sei morto, sei morto.

Ma l’angoscia profonda che il terrore di non essere più vivo mi procurava, scuoteva la mia coscienza di vivo e mi si convertiva, a poco a poco, in isperanza.

Volli dire: – No, io sono vivo.

Ma un suono rauco, soffocato mi tremò in gola.

Non era voce. Io non parlava, io era forse ve­ramente moribondo.

Frenetico, tentai ancora di sollevarmi. Qual­cosa cadde sopra di me, intorno a me.

– Ora, bisogna far piano – dissero alcune voci. – Non si muova tanto, signor tenente. Siamo noi, i suoi soldati.

Udii, poco dopo, quasi alle orecchie: – Ho ancora del rhum. Lo farò rinascere.

Era la voce di Tognana. La riconobbi. Scandita, viva, la sua pronuncia veneta mi toccò come un balsamo, anche e più del liquore che egli mi prometteva.

– Guardatemi se sono ferito – supplicai.

La luce del giorno mi accarezzava. Era il sole, vedevo.

Tentai di alzarmi, aiutandomi su i gomiti.

Vi riuscii. Il mio alpenstok, distorto, insan­guinato, era lì presso. Gli altri, quelli che ero corso a soccorrere e quelli che mi avevano se­guito, erano tutti morti.

Ma io avevo ora una seria preoccupazione: camminare.

Accennai all’alpenstok. Tognana me lo porse con una mano, mentre con l’altra offriva la borraccia.

I suoi occhi parevano dire: – Questa è la vita!

Ma le mie ginocchia dovevano essere ben pe­ste! Mi sentivo senza forza, sfibrato. E il capo mi doleva molto.

I medici mi palparono e studiarono: – Hai una febbre da cavallo, conchiusero. Ma nessuna ferita.

Zoppicante, incespicante, tenuto per le ascelle da Buffa e Scalerà, mi incamminai.

Il plotone, ora, si spostava. I miei soldati mi guardavano, carichi di tutte le loro robe e an­simanti. Con gli occhi, mi dicevano addio. Essi andavano ancora a combattere e, forse, a morire.

Ma l’animo mio gongolava.

Ero vivo, vivo, vivo.


Ma i camminamenti, quanto erano battuti! Colpi a destra, colpi a sinistra. «Il nemico vuol proprio accopparmi» dicevo tra me e me.

Mi pareva che non dovessi mai giungere in zona riposata.

Ritrovammo finalmente il sentiero umido e sconvolto di due sere prima.

Conduceva a Devetaki, nel Vallone.

In un posto di corrispondenza, incontrai Paolucci. S’era fermato, col suo attendente e con altri feriti, per riposare. Ma io avevo una fretta morbosa di scendere: – Vieni con me? – gli domandai.

Paolucci mi guardava, mi capiva, ma non ri­spondeva.

– Qui c’è della benzina – esclamò, dopo qualche minuto, e, da un groviglio di mantelli e cappotti, tirò fuori un fiasco quasi pieno di vino.

– Ebbene?

– Finche c’è da bere, io non mi stacco. Ho sofferta, in queste due giornate di lassù, una fame e una sete che neppure in Libia m’è capitato mai di soffrire, e vuoi che scenda?

Avevo avuto l’ordine di schierarmi col plotone sull’orlo di un dolinone, quello che chiamano dei «briganti». Il giannizzero qui, mi aveva già pre­parato un ricco giaciglio. Dicevo tra me: «Ora viene la mensa (sarà stata la mezzanotte): mi sfamo, mi disseto e faccio una dormita». Giun­geva, nei dintorni, qualche sventola rumorosa, ma innocua, almeno per noi. Pollini mi manda, invece della mensa, un port’ordine: «Spostati verso sinistra e presto». Buia, la notte, che non si vede a un palmo di distanza; morti, a ogni passo; e buche, doline, reticolati. Io non mi rac­capezzavo, in quel dedalo, e mi sarei sperso, se non avessi avuto con me il portaferiti Perrino, che conosce il Carso come casa sua. Avevo una smania di giungere che non ti dico. Se Pollini mi manda a chiamare – pensavo – vuol dire che ha anche la mensa, e mi sfamerò.

Ma Pollini, non lo trovo. In un ricovero, mi imbatto in Parisio, che ha finito il suo pasto e spinge in corpo l’ultima ingozzata di vino.

– Tu non hai avuta la mensa? – mi chiede.

– No, caro.

– Non l’avrai più. Fontana è già tornato a Vizentini.

Figurati la mia rabbia! Smozzico del pane asciutto e bestemmio.

Do uno sguardo in giro, ma vedo che i razzi austriaci sono lontani qualche chilometro.

– Dove siamo? – chiedo a Parisio.

E Parisio: – lo non lo so. Aspettiamo l’alba lo ve­dremo.

Parole. Io ho l’ordine di Pollini, che mi chiama.

I miei uomini sono più morti che vivi. Io stesso non mi reggo in piedi. Ma gli ordini… sono ordini.

I soldati si sarebbero anche rassegnati a passar la notte sul posto. Ma io, no. Se Cristo mi dà una palla intelligente, dico tra me, me la sbrigo con un biglietto, e addio obbedienza. Ma finché sono in gamba, bisogna fare quel che vo­gliono gli altri. Tu avresti fatto lo stesso, Puc­cini mio.

– Muoviamoci, ragazzi – dico ai miei soldati. Con un po’ di buona volontà, la strada la troveremo.

Ma quelli nicchiano. Alzo il bastone, tiro qual­che bestemmia, allento due o tre calci, e mi metto in testa alla masnada.

Poveri Cristi! Non si tenevano in piedi dalla stanchezza.

A un certo momento, ci rischiara la strada uno shrapnel.

– Purché non abbia dei fratelli, dietro – esclama questo mio giannizzero.

Eravamo su terreno scoperto. Non c’era un ri­covero, non s’incontrava una dolina! Ma sì! Quand’uno non ha fortuna, capitano tutte a lui! Tu conoscevi Trombi, quel magro alto, che mi faceva da port’ordini?

No? Un fegato! E un ragazzo affezionato! Se gli dicevo: «Fatti ammazzare, io lo voglio», Trombi si faceva ammazzare.

Beh, fu uno di quegli shrapnels a fottermelo.

Quando si marcia allo scoperto e alla cieca, un povero fante è alla mercé del diavolo. Co­stui, ti piglia una palletta sul cranio, che lo sten­de a terra di colpo. Ma fosse morto! No. Capiva tutto. E piagnucolava, come un ragazzo: – Signor tenente, io non la voglio lasciare. Lo so, lo so che ormai sono morto. Ma io le vo­glio troppo bene.

Parole, che mi spezzavano il cuore. E il cuore non l’ho più tanto tenero.

– Coraggio, Trombi mio – gli dicevo. – Questa, non è una ferita che ci si muore. Ora, ti cercheremo una barella e ti facciamo traspor­tare nel Vallone. Camperai.

Ma Trombi: – Lei è buono, ma stavolta Trombi non la sfanga. La testa mi gira, come una trottola. E il fiato, lo tiro a fatica.

A fartela corta, mi restò tra le braccia fino all’ultimo respiro. Volle darmi il ritratto, volle per­sino baciarmi.

Ritrovai Pollini ch’era l’alba. Ma Pollini mi strigliò davanti a tutta la compagnia: «Non ci si può fidare di nessuno, anche gli ufficiali ti ciurlano!». Del morto non se ne dette per in­teso, e anche della mia fame.

Ma ora, ohè!, il padrone di me stesso è Paolucci, e prima che mi ripiglino!

Conchiuso il suo discorso, si riallacciò al fiasco, attingendo abbondantemente:

– Caro Paolucci – gli dissi – ma io ho bi­sogno di riposo, di acqua, di cura. Queste gambe mi danno un fastidio! Scendiamo al Vallone.

– Al Vallone? Dove credi che ci mandino, quando saremo al Vallone? Finiremo in un ospedaletto dell’Isonzo, dove, con la scusa di risa­narci, ci sciacqueranno lo stomaco con olio di ricino e latte: senza contare le punture che ti staccano la pelle e ti danno una febbre da ca­vallo.

Se mi aspetti, io non dico che non voglio ve­nire; verrò anzi benissimo: ma poiché qui c’è una scorta di benzina, voglio prima ingozzarne più che si può. Tu, sei mai stato all’ospedale?

– No.

– Ora capisco. All’ospedale, troverai una fac­cia di marabutto: è il medico direttore. Sei un ufficiale, e pure non crederà una parola di ciò che gli dirai. E, intorno, ti vedrai le più rustiche facce che Dio abbia create. Sono i beccamorti o soldati di sanità: seminaristi, per lo più, o frati sfratati. Cani, e anche peggio. Quanto alle dame infermiere, fior di zuccherini a vederle, ma se non sei bello – e tu non lo sei – al tuo letto le vedrai ben di rado, solo quando s’accorgeran­no che, di nascosto, tu hai acceso una sigaretta, per dirti: «Non si fuma, signorino!».

I soldati di artiglieria e di fanteria presenti scoppiano a ridere e approvano:

– Com’è vero, com’è vero!

Paolucci riattacca la bocca al fiasco: – Se è vero! E quando vedranno che la tua ferita migliora, ti schiafferanno, con tanto di fo­glio di viaggio e di base, in un convalescenziario. Dove, bene che ti vada, godrai quindici giorni di arresti semplici, con mezza dieta e un quarto di vino al giorno. E dopo i quindici giorni… inutile parlarne: sei ancora in prima linea.

Uscii solo dal ricovero. Paolucci, dopo le fre­quenti libazioni, s’era addormentato.

Qualche granata scoppiava ancora: grossi ca­libri in cerca di batterie.

«Voi cercate i cannoni, ma mettete nei rischi un povero diavolo di ferito».

Non m’ero mai sentito tanto umile e france­scano. Buffa voleva ripulirmi, nettarmi: – Voscenza andrà in un ospedale, vi saranno delle belle dame infermiere. Fate che non si dica: che ufficiale mal conciato! E che giannizzero trascurato! – Ma io rideva. – M’usciva un riso nuovo, quasi cattivo.

– Che m’importa di dame! Ora bisognerà vi­vere, ora la guerra avrà, per me, una sosta!

Non sentivo pietà per quelli che restavano.

Buffa piagnucolava: – Perdiamo anche lei; ad uno ad uno, i mi­gliori, i buoni, se ne vanno!

Io pensavo al Vallone, all’ospedale, alla strada di casa.

E quando giungemmo al posto di smistamento, e un maggiore medico mi disse: – Lei va a Viscone, nei pressi di Palmanova – io sentii una matta voglia, con le mie gambe peste, di tentare un passo di danza.