Questa è proprio la trincea

Donne che sgonnellavano; bimbi che venivano incontro: «Signor caporale, un soldino»; bot­teghe di cianfrusaglie che invitavano: Versa era la pace.

C’era l’illusione della città, del mondo che con­tinua a vivere, nonostante la guerra, con un ora­rio ed un metodo. Gente che apriva gli occhi, il mattino, e non doveva dire: «Questa può es­sere l’ultima mia giornata. Signore, dei miei pec­cati, perdono».

A mezzogiorno, una tavola apparecchiata aspettava i membri della famiglia. La tovaglia è bianca, linda, fresca, le carafe, dal collo snello, si allineano sul desco. La luce entra da tutte le finestre e non si corre pericolo, da un minuto all’altro, di vederla abbuiare sotto uno scoppio.

Il riposo ci aveva fatti pigri e sornioni. Le po­che ore di piazza d’armi erano sembrate lunghe, noiose, inutili. Se questa doveva essere la vita di retrovia, non bisognava proprio invidiare i ter­ribili delle retrovie e i beccamorti degli ospedaletti.

Ma, ricondotti in prima linea, la vita di Versa tornerebbero a farla anche i tascapani. Tediose, uguali, monotone giornate; ma il sonno lo go­devi calmo, il cibo lo ingoiavi con allegria e quat­tro passi su una massicciata erano possibili.

In verità, non c’è un fante solo, che non vole­rebbe domani laggiù; anche se ogni ora dovesse essere battuta sul passo di piazza d’armi.

Il Vallone non ha mutato gran che, ma questa volta conosciamo una strada nuova: quella di Cotici.

Il paese, aggrappato ai bordi dello sperone, ha qualche casa intatta, e camini che fumano.

Il cannone è in vena di far chiasso. Prepara la giornata di domani, con insolito accanimento. Che gli artiglieri si preoccupino davvero di tutta questa fanteria che, all’alba, dovrà rompere coi denti e con la vita le difese che la granata non avrà frantumato?

Tale febbre è nel loro lavoro e tale serietà che, passando accanto ai pezzi bollenti, la fan­teria non può fare a meno di battere le mani: – Bravi artiglieri!

Non s’è mai vista, nel Vallone, una anima­zione, come quella di stanotte. Gli accampamenti brillano di lumi. Dovunque s’indovina gente at­tiva e desta.

La giornata di domani s’annuncia quasi estiva. Le poche nuvole, che caracollavano a fianco delle stelle, sono scomparse. Il Carso è ora in braccio ad una notte chiara, ma che subbuglio di scoppi, di razzi, di insidie!

Scivoliamo lungo i sentieri, come ombre. Nes­suno parla o ride. I megafoni dell’artiglieria sciolgono nell’aria fumosa certe parole grosse, che la fanteria stenta a capire. Quei pochi che comprendono, brontolano: – Domani, anche i megafoni del di là pronunceranno coteste parole difficili. E sarà una pioggia di ferro su noi che avanziamo.

Superata la strada di Devetaki, il maggiore ab­bandona le strade ingombre ed attacca la collina pietrosa.

Paglia degli accampamenti, dove raccattasti cotesto odore marcio che ci chiude la gola?

Con le sigarette, con le pipe, ognuno cerca di vincere, per conto suo. Tana malsana che la col­lina secerne.

Ma si odono subito le solite voci ammonitrici: – Spegnere, spegnere!

Il fante finge di non capire queste parole dei «taschini». Morir qui o più in alto, cadere prima dell’avanzata o durante l’assalto, è la stessa cosa.

Questo fetore ammorba, e per vincerlo non c’è che un rimedio: fumare. «Si sfiati fin che vuole il signor tenente Nardone: non ce ne im­porta un kaiser!».

Quota 187 è presto raggiunta. Non si vede un uomo a quattro passi di distanza. Gli artiglieri che si incontrano sono carichi di munizioni e non li rallegra lo svolazzar rapido dei razzi, nella zona circostante. Cecchino, per ora, si difende con quelle luci incerte e traballanti, ma domani, spuntato il giorno, e capite le intenzioni nostre, metterà mano agli utensili complicati: cannoni, bombarde, mitragliatrici.

Seguiamo l’andatura serpeggiante di una pic­cola strada di campagna. Gli abitanti dei luoghi l’avevano chiusa tra muretti a secco e resa vivace di betulle e di quercioli; ma la guerra ha gettato tutto all’aria. La pioggia vi ha poi, di sua inizia­tiva, incanalato un ruscello.

Le doline, che incontriamo, sono vuote e silen­ziose. Questa mancanza d’uomini ci avverte che la prima linea è ancora lontana; che la strada fatta è ben poca, in confronto di quella da fare. E la notte è già innanzi nel suo cammino. Il cielo sbava, verso il mare, qualche primo fiocco scialbo e cinerino. Tra un’ora il Carso si aprirà alla luce e gli osservatori nemici diranno all’artiglie­ria: «Se non sbagliamo, verso quota 187 sfilano rincalzi di fanteria. Fuoco a shrapnel, accele­rato».

Si attende l’ordine di continuare il cammino, ma i comandanti di compagnia mandano invano al comando di battaglione i port’ordini. Non uno ne ritorna con il benedetto comando: avanti, ser­rar sotto, giungere in posizione prima dell’alba.

I soldati un poco brontolano, un poco bestem­miano. Ma la rassegnazione è una grande amica di chi combatte. Dopo un’ora dall’alt, chi son­necchia, chi ride e chi fuma. Sarà quel che Dio vorrà: consumiamo, frattanto, nel miglior modo questi minuti d’attesa.

L’ordine di proseguire giunse finalmente. Ma l’alba sfociava ormai, dalle più alte colline, colonne di luce piena. I fanti ripresero la propria roba, se la caricarono sul dorso, spensero le pipe. Si vedevano bene, ora, l’un l’altro. Non capitava, improvvisa, la pozzanghera, nella quale si en­trava mezzi. I comandanti di compagnia ritro­vavano i propri uomini nel mucchio e li facevano alzare: – Coraggio, ragazzi.

Le doline, ora, erano più mosse. Appariva e scompariva qualche imboscato, quelli che hanno gli incarichi dell’acqua, della guardia ai depositi, della Croce Rossa.

Ma su questo tratto di Carso, che brigate hanno fatto, nel passato, la cova? Non c’è un camminamento solo costruito con sapienza.

Si cammina col filo del collegamento e all’aperto.

Il nemico sfila ancora qualche razzo, ma senza fiducia. Egli è ormai sicuro che, tra poco, cotesta fanteria che avanza, qualche altra luce la sco­prirà: quella del giorno.

Il primo shrapnel scoppiò altissimo. Ma nes­suno osò canzonare Cecchino, che aveva tirato quel colpo sbagliato. La fanteria sa che i primi colpi sono sempre alti, perché di prova. Dopo, scendono quelli calcolati bene, e allora bisogna proprio pregare per l’anima nostra.

Volle fortuna che, come il tiro accelerò, la trin­cea fosse proprio a due passi. Qualche gemito si levò nella coda della colonna, un ferito sciolse anche una solenne bestemmia.

Imboccata la trincea, ci parve di essere al si­curo. Ora, il nemico tirava anche a granata, e marmittoni. Ma un riparo, anche piccolo, mette l’animo in tranquillità. Le pipe si riaccesero, qualche soldato cominciò, sereno, il suo pasto mattinale.

Novembre s’è svegliato, quest’anno, con un discreto buon umore.

Ci si domanda: E l’assalto? È possibile che, arrivati stanchi in posizione, ti costringano subito ad innestare le baionette e saltare oltre il parapetto?

È possibile.

Lo ha detto ora il tenente Nardone, ritornando dal comando di battaglione.

L’ordine di operazione è chiaro, limpido, non si presta a discussioni e tergiversazioni.

All’ora y del giorno a – leggi 1° novembre – le fanterie muoveranno all’attacco.

Ora, bisogna sapere quale sia l’ora y. Perché potrebbe essere lontana e dar tempo a un poveruomo, che può anche morire, di mangiare una scatola di carne e fare una fumata in pace.

L’artiglieria nostra continua il suo fuoco tam­bureggiante. Le bombarde scoppiano a un passo dalle trincee, ammatassando il ferro spinoso dei reticolati.

Qualche sasso sprizza alto e scende a picco sui tetti dei nostri ricoveri.

– Crepa!

– Cupet!

– Hai sbagliato strada, bastardo!

Vorrebbero ridere, i miei soldati, ma in gola c’è un nodo che fa groppo.

Il riso viene fuori stento, strozzato.

Tognana frigna: – Pretendono un assalto in piena regola; vo­gliono che di giorno e col sole un disgraziato marci fino a Costanievica. Pretese sacrosante; ma nessuno s’è ricordato che una goccia di li­quore, essa sola può far diventare un uomo nor­male, un mezzo Reale di Francia!

Ho costretto Tognana al silenzio: – Ti manderò di pattuglia, se continuerai a balbettare come una cicala. A Versa, quindici giorni di riposo, non hai conosciuto che due cose: il vino e il sonno. Ora, ad acqua e sole sarai mantenuto, e mi farai da port’ordine.

Strizza gli occhietti sonnacchiosi: – Il signor tenente, quant’è buono! Se tor­neremo, io gli farò un paio di scarpe all’ultima moda. Port’ordine: ma questo era proprio il mio sogno. Io correrò, io sarò un ciclista a piedi, come non se ne sono mai veduti! Vuole che scenda subito al comando di battaglione? O ha bisogno, per caso, di aspirina, di chinino, di un medici­nale? Il posto di medicazione è a due passi.